Ho letto solo oggi questo thread, provo a dire la mia.
Non credo assolutamente che l'improvvisazione sia da sperimentare dopo anni di studio. Sarebbe come affrontare lo studio della dinamica o del suono dopo anni di sola tecnica... e non esagero quando dico che anni addietro diversi insegnanti di conservatorio trascuravano l'aspetto della musica relativo al suono e al timbro in favore dello studio della tecnica pura. Attualmente questo problema si incontra con l'improvvisazione.
Da Wikipedia: per improvvisazione si intende – in senso generico - l’atto di creare qualche cosa mentre la si esegue, in maniera spontanea o casuale. Quindi in senso lato l'improvvisazione include anche l'interpretazione di un brano scritto, l'agogica etc. ed è un elemento fondamentale della musica. E non solo del Jazz o della musica popolare: si può improvvisare la cadenza di un concerto, l'interpretazione di un basso numerato e via dicendo. La complessità dell'improvvisazione dipende dalla quantità di parametri che svincoliamo da uno schema prefissato, per esempio: in un brano di Jazz tonale saremo liberi di creare linee melodiche, di modificare parzialmente l'armonia ma saremo fortemente vincolati alla forma, al tempo, alla struttura armonica; in alcuni brani di Free Jazz accade che la forma del brano, per esempio un blues, venga mantenuta costante mentre gli altri elementi, tempo compreso, siano a discrezione degli esecutori. Naturalmente non intendo dire che un allievo di un corso di pianoforte debba per forza praticare l'improvvisazione (anche se penso che sarebbe solo un bene, e poi spiegherò perché), piuttosto ritengo che l'improvvisazione, in qualche modo, sia un elemento imprescindibile dello studio della musica.
Il problema che riscontrano i musicisti di estrazione "classica" nell'avvicinarsi all'improvvisazione penso che sia più che altro un problema di imprinting: si è talmente abituati a eseguire esclusivamente musica scritta (e da altri) che davanti a un leggio senza spartito si prova una sorta di horror vacui. E' sostanzialmente un blocco psicologico.
Due bravi musicisti ultimamente mi hanno fatto riflettere su questo argomento: il contrabbassista Furio di Castri mi ha fatto notare che molti dei più grandi virtuosi del contrabbasso (citava Eddie Gomez e N.H.O.Pedersen) hanno praticato in gioventù il Free Jazz e questo ha dato loro una sicurezza e una libertà che poi hanno imparato a gestire nel dettaglio affinando la tecnica e la conoscenza dell'armonia; il pianista Thollem McDonas, alfiere del Free contemporaneo, raccontava che lui è passato dallo studio "classico" al Free senza mai suonare del Jazz tradizionale, e diceva di aver avuto la fortuna (...) di studiare con un'anziana pianista che, pur essendo estremamente severa nello studio dei classici, fin dall'inizio lo ha incoraggiato a improvvisare e ha fatto focalizzare la sua attenzione sul suono. Questo pianista ha un suono, una padronanza dell'armonia (insegna composizione) e una tecnica straordinarie.
Attualmente vedo che anche nei conservatori è cresciuta l'attenzione nei confronti dell'improvvisazione, tra le materie a scelta per tutti i bienni del conservatorio in cui lavoro ci sono un "laboratorio di improvvisazione e composizione" e altre simili.
In tempi in cui anche nel Jazz si privilegia l'aspetto tecnico/esecutivo rispetto alla composizione (è un po' che non nasce un nuovo Ellington o un nuovo Mingus, dal punto di vista della produzione musicale) trovo che questa attenzione sia di importanza vitale.
E penso che un esecutore che abbia pratica di improvvisazione sia molto più padrone e consapevole della musica che legge.
Non a caso la maggior parte dei compositori e virtuosi storici sono stati dei grandi improvvisatori...
Perdonate il pippone :-)